martedì 7 febbraio 2012

Il motivo per cui preferisco altro

Quando Linux non è solo un bel giocattolo, ma uno strumento di lavoro, ci si scontra sempre con le preferenze altrui. E di solito, quando si è in un'azienda e il proprio potere decisionale rasenta lo zero da sotto, Linux è quasi automaticamente Red Hat. O la sua sottomarca, CentOS.

Ci sono casi in cui scegliere Red Hat è quasi obbligatorio, per carità: servizio di assistenza, percorso di training, ecc. la rendono una soluzione appetibile da vendere. Ha i suoi vantaggi, anche se li si paga fior di soldini, ma è una questione di rapporto prezzo/prestazioni: si paga un servizio e quel servizio tra l'altro pure funziona e non ha nemmeno una politica di licensing scomoda.

Quello che veramente non capisco è perché scegliere una piattaforma così quando questi servizi non servono. Cioè, in realtà, quello che veramente non capisco è perché scegliere CentOS per i server interni. Ossia, non in caso di sviluppo o di education (dove potrebbe avere anche il suo senso perché "più compatibile" con Red Hat), ma quando è usato per ospitare applicazioni interne e non servono tutti i servizi accessori.

Ora, uno dice, una distribuzione varrà l'altra, no? Sarà questione di gusti? Be', non proprio. Le due cose che mi servono ora e che CentOS non fa sono:
  • aggiornamento tra una major release e l'altra (ossia un passaggio da 5.7 a 6.0): bisogna reinstallare;
  • installazione via netinstall attraverso un proxy (ma come gli è venuto in mente di non supportare i proxy?).
La cosa bella sono certi commenti che ho trovato in giro, del tipo: «Eh, ma neanche Windows lo fa.» Già, peccato che Debian faccia entrambe le cose dalle origini. Ma persino il commercialissimo, supportatissimo, malvagissimo Aix le fa. E scommetterei che i flavour di Unix e Linux là fuori in maggioranza fanno entrambe le cose.

La cosa divertente è che poi sono io l'integralista senza una visione aziendale quando propongo Debian.

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